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marla blu

Partecipano

venerdì, 04 gennaio 2008

Come avevo promesso anni prima, ritornai in quel posto che , come dicevano, io conoscevo da sempre, ma che  non ricordavo affatto. Non era un problema. Un letto o l’altro , per me, non ha mai fatto molta differenza. Tornai,dunque,completamente distorta, dopo una lotta all’ultimo sangue 

con i nodi a cui era legata la mia persona,

 

 

 

 

dalla cintola in giù.. Le scarpe, in questo, non centravano poi molto, però.

 

 

 

Mi telefonò. Risposi con voce roca per via del brutto sapore che avevo in bocca,una sorta di malattia. Cercavo  di deglutire l’ennesimo pezzo di fegato che continuava a salirmi in gola, molliccio,acido,non digerito, incompleto nel suo ciclo. Giallo,magari. Risposi,dunque,quasi strozzandomi e  contemporaneamente tentando di stabilire i perché della mia sorte, disegnando cerchi sul  muro  con la punta delle dita.

Mi sovvennero dei capelli bianchi. E di chi avrei potuto fidarmi? Avrei potuto, inoltre fare un dono?Oppure, magari, mi sarei  avventurata nel dare un morso a una pesca?O dalla sua bocca sarei  stata capace di farmi risucchiare, completamente, fino a diventare anch’io una immensa quantità  di  polpa morbida e rosa?

Dall’altro capo, la solita voce di sempre,calda e imbarazzante, per la lingua che gli si scioglieva.

Gli chiesi una ben determinata cosa, “un come stai”,suggeritomi da lui. Rispose, elecandomi  tutta una serie di motivazioni, di avvenimenti, di sensazioni, di dottrine,di miracoli che, sommandoli, avrebbero dovuto essere il motivo per cui ora aveva cominciato a credere in Dio e a smettere di credere in me.

Forse perché alla base dei suoi assunti doveva esserci la certezza che dio esiste e molto probabilmente io no.

 

 

 

 

 

 

Camminando lungo una strada vuota, inciampando sui sampietrini.

 

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categorie: marla blu
venerdì, 21 settembre 2007

E dunque ritornarono. Ancora una volta insieme le ossa rotte e il male allo stomaco.Si presentarono un mattino d’inverno, un mattino grigio e gelido. Il dolore negli angoli e la paura della morte. Come un cane stanco appeso al filo del tempo. Non c’è spazio, a volte. Spesso si crede il contrario, poi manca l’aria e si cade tutti. Tutti giù in un burrone, buio e umido. E ancora ritornano come un gatto che ha perso gli occhi, non sa dove andare e pertanto segue gli odori. La paura di vivere e anche quella di morire. Ricordo di estati spente e sonnolente, l’odore di fritto attaccato ai muri e mia madre e i suoi piedi lunghi e secchi, pronti a finire nella bocca del sole “hai avuto paura, Mary Jane?” “sinceramente, si. È tutto così terribile li sotto, c’è il fegato del mondo e il cuore della luna. Bianco, quasi trasparente come l’anima di una gatta incinta. Una gatta bastarda che non si sa da dove venga ne quale sia il suo nome.” Ritrovo la strada. Non c’è polvere sui sassi, sono tondi, perfettamente tondi e piatti come ossa limate dall’acqua del fiume e probabilmente ieri qualcuno è morto. qualcuno è morto da anni e qualcuno ne sta ancora piangendo la sorte. La sorte che è sempre strana e beffarda, come gli spettacoli di un circo allestito per un uomo vecchio, solo e appena nato.

Che si ciuccia il destino e la vita da mani  di ferro.

Aspetto giorno e notte, quando nulla arriva, muoio. Alzandosi il bavero della giacca con eleganza, fondendo i suoi occhi con le gambe della trapezista ancora acerba, sognando di essere l’unghia del suo alluce, o uno dei suoi occhi, aggrappandosi alle sue mani, diventando il trapezio, sciogliendosi e ingoiando l’ombra della luna. Distendendosi nella nebbia, sporgendo le mani in avanti,abbracciando il mondo, ingoiandone l’ombra obliqua,come uno squalo che attende nell’angolo più remoto del mare.

 

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categorie: marla blu

Non escluden-do il ritorno

E dunque ritornarono. Ancora una volta insieme le ossa rotte e il male allo stomaco.Si presentarono un mattino d’inverno, un mattino grigio e gelido. Il dolore negli angoli e la paura della morte. Come un cane stanco appeso al filo del tempo. Non c’è spazio, a volte. Spesso si crede il contrario, poi manca l’aria e si cade tutti. Tutti giù in un burrone, buio e umido. E ancora ritornano come un gatto che ha perso gli occhi, non sa dove andare e pertanto segue gli odori. La paura di vivere e anche quella di morire. Ricordo di estati spente e sonnolente, l’odore di fritto attaccato ai muri e mia madre e i suoi piedi lunghi e secchi, pronti a finire nella bocca del sole “hai avuto paura, Mary Jane?” “sinceramente, si. È tutto così terribile li sotto, c’è il fegato del mondo e il cuore della luna. Bianco, quasi trasparente come l’anima di una gatta incinta. Una gatta bastarda che non si sa da dove venga ne quale sia il suo nome.” Ritrovo la strada. Non c’è polvere sui sassi, sono tondi, perfettamente tondi e piatti come ossa limate dall’acqua del fiume e probabilmente ieri qualcuno è morto. qualcuno è morto da anni e qualcuno ne sta ancora piangendo la sorte. La sorte che è sempre strana e beffarda, come gli spettacoli di un circo allestito per un uomo vecchio, solo e appena nato.

Che si ciuccia il destino e la vita da mani  di ferro.

Aspetto giorno e notte, quando nulla arriva, muoio. Alzandosi il bavero della giacca con eleganza, fondendo i suoi occhi con le gambe della trapezista ancora acerba, sognando di essere l’unghia del suo alluce, o uno dei suoi occhi, aggrappandosi alle sue mani, diventando il trapezio, sciogliendosi e ingoiando l’ombra della luna. Distendendosi nella nebbia, sporgendo le mani in avanti,abbracciando il mondo, ingoiandone l’ombra obliqua,come uno squalo che attende nell’angolo più remoto del mare.

 

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sabato, 05 maggio 2007

Come madame Bovary con l’acqua che la scaccia, scivolandole addosso. Macchiandole il vestito, mestamente.

 

Ti sei divertito oggi a mare?Il caldo, il fumo, ottunde la mente, rendendoti storpio. Incapace ad amare. Ma a loro piace andare in lungo e in largo, facendosi male anche. Volendolo, nel pieno delle loro facoltà. Nel pieno delle loro volontà.

 

Come Madame Bovary con le stelle che sfrigolano durante il salto nel vuoto, alle sue spalle. Con la cera che per via del vento caldo si scioglie e forma una pozzanghera di cemento a terra, laddove lei, la statua di gesso  e di pianto, poggia i piedi, apparentemente giuliva come un uovo di pasqua appena aperto, e perfettamente tondo che romperlo è un peccato e al pensiero il cuore fa quasi male. Come il trucco sciolto che gronda da  una lacrima troppo pesante,  che è un rutto digerito male spossato da uno stomaco troppo lento, schiacciato e costretto in un naso rosso da pagliaccio.

Come Madame Bovary fusa in  uno sguardo lento che si confonde e si perde in turbinio di ceci perfettamente gialli.

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venerdì, 04 maggio 2007

Hai rinunciato al piacere di esserci
una volta e un'altra ancora,
dicendo che non c'è tempo.

L'ascensore
come del resto le tue mani
ha un ritmo che sfrigola
e si ferma di botto.

Respira nel buio,
nel vuoto.

Il tutto si risolve l'indomani mattina
quando, sotto il sole cocente, arrivano i fiori.

 

Bussando alla porta uno qualunque

 

Un bouquet di rose ora gialle, ora rosse
e tutto  poi si risolve in un nodo

 

che di fisso ha solo il cielo e la pupilla dell'occhio destro.

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mercoledì, 02 maggio 2007

Tutto sta nel ripresentarsi di nuovo e da capo. Ripartire da 0. inventarsi di nuovo. Ricrearsi. Illudersi. Ricostruire. Partecipare a un gioco di ruolo con la voglia che è tanta e la fame che lentamente si perde.

 

Mi presento : mi chiamo Medea, nasco mille anni fa tra l’albero e il frutto. Tra il dito medio  e il mignolo. Medea come le stelle e la notte che affonda nel lutto. E il lutto che lentamente risucchia il vento  . Medea come il soffio del mare e il rumore che fanno le stelle quando ci cadono dentro. Che tu le veda o no, le stelle spesso cadono e lasciano una scia e un luccichio sulla punta della lingua di tutti rospi. Cadono un po’ come cadde Talete a furia di guardarle, a furia di spingere il naso oltre il suo viso, oltre il suo viso e le sue orecchie, per scoprire i segreti più segreti dei corpi celesti.  Medea come chi fa male e poi ritorna, nascondendosi dietro l’ascia o la clava. Medea che ama e poi uccide e ricuce la tela   partendo dalla fine, emulando Penelope. Storpiandone il nome, battendo la testa contro il presente, perdendo la memoria . Rivisitando i passi. Non ti conosco. È un bene. Cambio occhi. Le mani sulle strada. Il mio nome è Medea, spesso mi scompongo. Rinasco, non mi ti ricordo. Perdiamoci, ancora una volta. Quando nasce l’alba e i corpi si stracciano, insieme al sole che priva le montagne della pancia e dei seni. E io – lo vedi?- che non ho più volto, sono libera. La spesa mi distrugge, le buste sono troppo grandi, segano  le mani. Itaca è grande, i marciapiedi sono i migliori. I bambini crescono sani. Ripetimi il tuo nome, correndo. Domani, si, sarà un giorno nuovo. Probabilmente diverso. Cambierà tutto.

Nulla sarà cambiato, come quando mi mandarono da Circe e non capivo i suoi strani trucchi le arti del mestiere. Gli occhi che bruciavano, i porci incatenati. L’incantesimo, il disincanto, la poesia degli alberi che morivano. Come quando  sulla punta della montagna c’era giusto un po’ di neve, quel po’ che basta per aggiungerci delle fragole e del limone per farne qualcosa di gradevole. Come quando poi da sola mi tagliai la lingua, per gioco e poi piansi e le lacrime e il sangue insieme mi distrussero il vestito. D’altra parte, in piazza incontrai le amiche sorridenti e toniche, dritte come dei tulipani appena comprati. Fresche di frigo - Argentee come la luna. Chiesi loro dei numeri, delle informazioni, mi carezzarono. Mi riconobbero. Mi piantarono un bacio sulla fronte. La figura di mia madre. Le ossa nel piatto, inoltre, come i funghi secchi le scartai per eccesso.

 

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Perdonami
il giorno della festa.

 

 

Quando le sedie a rotelle scricchiolano,

il formaggio brucia

e le farfalle dabbasso mormorano

che io sono nata  una notte

 

 

 

e una notte ancora.

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martedì, 01 maggio 2007

Il giorno dell'Apocalisse.

Il giorno dell'Apocalisse le esplosioni si susseguirono a raffica. Le prime cose ad esplodere furono i cassetti delle camere da letto, poi a seguire le pantofole, i forni a microonde, i frullatori, i giornali, i computer e le lavastoviglie. Il giorno dell'apocalisse io pensai che tutte queste esplosioni fossero assolutamente normali e così camminai tranquillo per strada su un tappeto di capelli grigi, evitando accuratamente i mobili che la gente lanciava dalle finestre sinistre e da quelle destre.

Tutto quello che avevi poteva ucciderti. Tutto quello che poteva ucciderti lo avevi ottenuto. Tutto ciò che avevi ottenuto te lo eri guadagnato. Tutto ciò che ti eri guadagnato lo avevi pagato. Tutto ciò che avevi pagato ti aveva derubato.

Il giorno dell'Apocalisse non morì nessuno ma tutti si videro per un attimo. Io ho visto il tuo volto e non ti ho riconosciuta perchè non ricordavo avessi gli occhi come due diamanti grezzi senza più luce propria. Tu mi hai guardato e hai deciso di farmi esplodere in mille pezzi, e me lo hai chiesto con tanta cortesia che mi sembrava impossibile rifiutare. Il giorno dell'Apocalisse ci siamo anche amati di un amore sommerso e sepolto in fondo ai piedi, come due povere bestie senza intelletto. Il giorno dell'Apocalisse io sputai dappertutto e in faccia a chiunque. A mia madre, a mio padre, a chiunque tranne che a te. Dio fu molto felice di ciò e decise che San Giovanni poteva attendere per avere il suo bottino. Il giorno dell'Apocalisse entrai in ufficio alle 9 di mattina e ne uscii alle 18.30 di pomeriggio. Fuori c'era il sole, a terra uccelli morti e sopra una quercia c'eri tu ad aspettarmi.

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Riflessione generazionale.

Le vostre madri sono prostitute, come lo saranno le vostre figlie. I vostri padri sono dei falliti, come lo saranno i vostri figli. Quanto a voi siete dei piccoli vermi in bianco e nero che ballano sulla cresta dell'onda.  Ah, sentitevi chiamati in causa tutti, piccoli, inutili e stupidi scrittori-musicisti-filosofi-intellettuali-rivoluzionari-gioventùrampanteeattivachevuolecambiareilmondoconisalottinidatè.

postato da: ThePerfectFit alle ore 10:22 | link | commenti (4)
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venerdì, 27 aprile 2007

Qui dentro è un nido di zanzare, solo che io non ho più sangue e quindi loro non hanno cibo. Il frigorifero stabilisce temperature arbitrarie e il microcosmo formato da una fetta d'anguria marcia e uno yogurt all'albicocca si adatta seguendo le teorie darwiniane sull'evoluzione della specie. Sotto il tappeto si è ranicchiata la mia disperazione, che ogni tanto dà qualche colpo di tosse come una vecchia paralitica su una sedia a dondolo. In qualche scatola di cereali andati a male dovreste ancora trovarci qualche speranza residua legata al malessere degli altri con una pelle di serpente. La luce è bassa e da fastidio agli occhi ma preferisco così, per questo non apro le finestre.

E al centro di tutto ci sono io

Io che quando incontro gli altri chiedo ciao come sto?

 

postato da: ThePerfectFit alle ore 18:31 | link | commenti (1)
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